“A Ovest siamo duri a recepire”? No. Non tutti. – Vanity Fair e il k-pop.

Elisa
By Elisa
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Nell’occuparsi di k-pop – che poi, intendo, non è mica obbligatorio – la stampa italiana rivela ancora e ancora una preoccupante mancanza di profondità e comprensione culturale. Oscillando tra superficialità, pregiudizi radicati e un’incomprensibile aria di superiorità, i media italiani sembrano incapaci di cogliere l’essenza di questo genere musicale globale. Un esempio emblematico di questa tendenza è l’articolo di Patrizio Ruviglioni per Vanity Fair, pubblicato il 16 gennaio scorso, intitolato “Perché siamo ossessionati da APT. di Rosé e Bruno Mars?”.

Sarà che sono reduce dal sold out degli ATEEZ all’Unipol Arena di Milano; sarà che di date tutto esaurito del tour europeo ce ne saranno più di qualcuna; sarà che mi occupo di k-pop da qualche anno, ma l’articolo summenzionato, quale con un puntiglio un po’ sciocco di coerenza intellettuale non fornirò il link diretto, stride. Stride in molti punti. 

Innanzitutto, il titolo del pezzo si rivela essere un mero espediente clickbait, poiché non viene fornita alcuna risposta alla domanda posta. Non c’è e non ci può essere un solo motivo per il quale una canzone come APT. ha il successo che sta avendo, e chi si occupa di musica e la ama questo lo deve sapere per forza. Il successo di una canzone è costituito da una miriade di elementi, ma alla fine dei conti quello che fa la differenza è il click che fa, ancora e ancora, il nostro dito sul tasto play delle nostre playlist. APT. richiama molti click, e questo è un fatto certo.

Pronti attenti via, l’articolo si apre con una definizione piuttosto peculiare di APT.: una di quelle canzoni “di cui ci si accorge troppo tardi: le peggiori insomma, o volendo le migliori”. Che vien subito da chiedersi… non è che sei tu ad essertene accorto troppo tardi, visto che la canzone è uscita in ottobre e tu ne scrivi ora? Milionate di persone se ne sono accorte ben prima!

Si procede poi con un commento sarcastico sul numero di autori coinvolti nella creazione della canzone (“per un totale di 22 mani”), che dimostra una certa miopia riguardo ai processi creativi moderni nell’industria musicale. La collaborazione tra molteplici talenti, senza contare le maestranze musicali, è una pratica comune e spesso necessaria per creare hit di successo globale, non certo segno di debolezza artistica. Eventualmente possiamo chiedere a Travis Scott o a Drake di quanti autori si sono avvalsi per alcune delle loro hit. 

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La descrizione del k-pop come “stuzzicante ed esotico, ma anche ancora in parte sconosciuto” per gli occidentali è non solo un’affermazione condiscendente, ma anche errata. Il k-pop è un fenomeno globale consolidato, con una base di fan internazionale massiccia e un impatto culturale significativo. Le fonti parlano di un fenomeno in espansione che conta circa 13 milioni di fan in Europa e qualche decina di migliaia in Italia (ricordiamo che per gli Stray Kids agli iDays eravamo in 67.000). 

Il focus su Bruno Mars, che ricordiamolo è uno dei due artisti presenti e non l’artista principale, è forviante e diciamolo, un po’ misogeno. Non può sfuggire il fatto che di Rosé nell’articolo si parla a malapena. ROSIE, il suo album di debutto che APT. preannunciava e nel quale la traccia è presente, non viene nemmeno menzionato. Tornando su Mars, l’uso dell’espressione “Cavallo di Troia” è particolarmente problematico. Implica che l’artista sia stato utilizzato come strumento per infiltrare subdolamente il k-pop nel mercato occidentale, ignorando la statura artistica e creativa del genere. Ma poi, c’è da chiedersi se qualcuno si sia sognato di pensare una cosa analoga per la feat. con Lady Gaga per Die with a smile, uscita solo qualche settimana prima. Perché è più naturale ritenere preponderante la mera ragione utilitaristica dietro questa feat. piuttosto che pensare ad un onesto desiderio di lavorare assieme ad una traccia che, diciamolo, calza a pennello ad entrambi? 

Passiamo poi alla critica al video musicale, descritto come “tutto rosa neanche fosse un distillato di Barbie”: che fastidio da? L’uso del colore rosa è forse appannaggio di qualche genere in particolare? Nel tempo è stato ampiamente utilizzato anche nella videografia pop occidentale, specialmente quella degli anni 2000 alla quale il video pare ispirarsi. Ci possiamo rivolgere a Gwen Stefani o Avril Lavigne per ulteriori approfondimenti. 

La digressione che l’autore fa sul fatto che Bruno Mars (notare, il focus è ancora su Bruno, non Rosé) debba ancora trovare un “aspetto efficace” diverso da quello di “Cicciobello che sembrava uscito dai Jackson 5 in When I was your man, che non può più permettersi”, oltre ad essere perfettamente inutile ai fini del pezzo, è lowkey offensiva. In molti modi, scegliete voi il vostro preferito. Il mio è il sottile e sibillino ageismo di quel “che non può più permettersi”.

L’analisi musicale si limita ad osservazioni superficiali: “chitarrina in stile funk”, progressione di accordi definita “pomposa e quasi new wave”. Utilizzo di diminutivi-sminutivi, di “quasi” che lasciano intendere ancora una volta come per l’autore il k-pop sia solo un wannabe fra i generi musicali, ma alla fine su questo che possiamo dire? Sono gusti. 

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Infine, come ormai d’abitudine sulla stampa italiana, la “questione del k-pop” viene affrontata con una bella quota di superficialità. L’autore, a chiosa del pezzo, suggerisce che il genere debba diventare “più serioso e meno sfacciato e così adolescenziale” per essere preso sul serio al di fuori della Corea del Sud. Le mie evidenze parlano di un genere che viene preso molto sul serio, al di fuori della Corea. Il k-pop, nonostante il 2024 non sia stato il suo anno migliore, sta ancora crescendo in Occidente mentre vede una leggera flessione domestica (ne abbiamo parlato qui). E le prospettive per il futuro sono ancora rosee.

Non serve, immagino, sottolineare quanto non sia corretto eleggere una canzone come simbolo di un intero genere. Perché se giochiamo a questo gioco, mi vengono in mente una mezza dozzina di altri brani che potrebbero simboleggiare il k-pop in maniera più che egregia, e non sono necessariamente tracce luminose e giocose come quella di cui stiamo parlando. Né occorre dire che, nonostante la canzone sia chiaramente scherzosa, giocosa e perfetta per i social, appena sotto la superficie regali anche informazioni culturali importanti e preziose, se si vogliono scoprire. E anche di questo abbiamo parlato, qui.

Ho citato alcuni dei nostri pezzi, a costo di sembrare egoriferita, per significare che dietro ad una canzone leggera e spensierata che riguarda un gioco alcolico fra ragazzi ci può essere molto, se si vuole vedere. C’è cultura, c’è sistema, c’è conoscenza, ci sono persone che pensano e che agiscono.

Un’ultima riflessione generale: la musica ha un’inestricabile e primaria funzione ricreativa che non può essere ignorata e che, anzi, va protetta. Il successo di una canzone deriva da ciò che il pubblico cerca e apprezza, non dal giudizio parziale di chi ascolta o critica. APT. ha conquistato il pubblico proprio per la sua capacità di intrattenere e far divertire, e questi non sono aspetti che possono essere sottovalutati. La musica pop ha sempre avuto il potere di unire le persone, creando comunità attorno a esperienze condivise. Ignorare questo aspetto significa trascurare la vera essenza della musica stessa. 

Quindi, per semi-citare un’ultima volta Ruviglioni , possiamo provare a rispondere a questa domanda: “A Ovest siamo duri a recepire”? No. Non tutti.

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Sociologa dentro e accademicamente, "ex corporate girl, ora quota rosa in una start up innovativa" fuori. Le mie prime foto da bambina mi ritraggono già con le cuffione gialle sulle orecchie, ascoltavo i Simple Minds e i Tears for Fears. Vivrei di kimchi. C'è altro? Ah sì: INTJ-T. O cancro ascendente vergine, che praticamente è la stessa cosa. Dal 2026 Honorary Reorter di Korea.net